Diventare grandi: tra dolore, crescita e trasformazione

Pubblicato il 13 marzo 2026 alle ore 18:19

Quando da bambini si diventa adulti si sperimentano una marea di emozioni nuove, un nuovo approccio alle relazioni e varie domande su se stessi e su come funzionano le cose

L’adolescenza è un periodo di trasformazioni intense e complesse. In questa fase, ci si confronta con i propri desideri, conflitti interiori, incertezze sociali e prime responsabilità. È un terreno di scoperta e di dolore, perché sperimentare nuovi confini significa inevitabilmente scontrarsi con crisi interiori.

 

Il dolore come esperienza formativa

Spesso il significato che diamo alla sofferenza ha a che fare con qualcosa che è accaduto e che ci lede, che ci turba dal quale proteggersi ha a che fare con evitare che faccia male, cancellare o “curare”. Tuttavia, nella psicologia dello sviluppo, molte difficoltà vissute durante l’adolescenza — come senso di alienazione, frustrazione nelle relazioni, conflitti familiari — non sono necessariamente patologiche. Possono essere piuttosto esperienze formative, funzionali alla costruzione di una identità personale coerente.

L’identità si costruisce nel confronto con le norme sociali, con i modelli familiari e culturali e con il confronto con i pari, ma anche — e soprattutto — con il confronto con se stessi e le proprie sensazioni interiori. Ciò che può sembrare dolore, in prospettiva, diventa spesso un’esca per la conoscenza di sé.

 

“Un giorno questo dolore ti sarà utile”: un titolo che è un invito a raccogliere i frutti

Il romanzo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron esplora proprio questa tensione tra sofferenza adolescenziale e crescita personale. Il protagonista, James Sveck, vive l’adolescenza con un misto di ironia, disagio interiore e sociale e acute osservazioni esistenziali. James è un ragazzo introspettivo, spesso in conflitto con il mondo esterno e con le aspettative altrui, ma proprio attraverso il suo dolore interiore — la ribellione, l’incomprensione per la superficialità sociale, la difficoltà di comunicare con gli altri, l’insicurezza nei rapporti affettivi — emerge un tema centrale: il valore profondo ma non immediato delle esperienze dolorose. Il dolore, il disagio che James percepisce e subisce in un primo momento lo confonde, lo mette in difficoltà, lo spinge a ritirarsi e spesso non sa cosa farne, ma in un secondo momento diventa conoscenza, spessore, profondità come suggerisce nonna Nanette.

La frase che dà il titolo al libro diventa così un monito per evoluzione: non per negare la difficoltà del momento presente, ma per suggerire che nell’elaborazione del dolore si trovano strumenti interiori che contribuiscono alla costruzione dell’identità. E in questa prospettiva ciò che oggi pesa può diventare domani saggezza, consapevolezza di sé, capacità empatica verso gli altri.


Non sempre, però, questo passaggio avviene da solo o in modo spontaneo. Puó succedere che il dolore rimanga confuso, difficile da nominare, difficile da capire, come una trappola, privo di un luogo in cui poter essere espresso.
In questi momenti può diventare prezioso trovare uno spazio in cui ciò che si prova possa essere raccontato, ascoltato e riconosciuto.

La psicoterapia può rappresentare proprio questo tipo di spazio: un tempo e un luogo in cui le esperienze dolorose, invece di essere soltanto sopportate o messe a tacere, possono lentamente acquistare significato e diventare strumenti come dei frutti di una pianta. E così fa meno paura avvicinarsi ad esso con la possibilità di comprendere qualcosa in più di sé, della propria storia e dei propri modi di stare nelle relazioni.

 

La costruzione dell’identità tra crisi ristrutturazioni e resilienza

Secondo lo psicologo Erik Erikson, uno dei principali teorici dello sviluppo psicosociale, l’adolescenza è caratterizzata dalla crisi di identità vs. confusione di ruolo: il giovane deve integrare diverse dimensioni del sé (corporea, sociale, emotiva) in un’unità coerente. Questo processo non è lineare né semplice: richiede una ristrutturazione delle relazioni con la famiglia, una ridefinizione delle proprie aspirazioni e progetti in un terreno dove mille contraddizioni interiori emergono a galla.

In questo senso, il dolore — inteso come frustrazione, rifiuto o disorientamento — è spesso il prodotto inevitabile di un sistema dinamico in trasformazione. Ma, come suggerisce la prospettiva narrativa di Un giorno questo dolore ti sarà utile, il dolore non è un punto d’arrivo: è una finestra attraverso cui la persona impara a interrogarsi, a capire chi è e chi vuole diventare anche se attraversarlo comporta incomprensione e spaesamento. Poterlo attraversare in un modo costruttivo non significa essere immunizzati al dolore, ma a reagire in modo flessibile. La capacità della persona di non spezzarsi davanti al dolore ma di modellarsi flessibilmente su di esso per poi tornare al punto di partenza è detta resilienza ed è un concetto traslato dalla fisica dei materiali.

 

Conclusione

Diventare grandi implica una grande complessità emotiva — fatta di momenti di dolore, dubbio e fragilità— la costruzione dell’identità è un processo dinamico in cui anche ciò che ferisce (che per definizione si manifesta), ha un ruolo. E quante ferite e quanto dolore per diventare se stessi…Come suggerisce il titolo di Peter Cameron, un giorno quel dolore potrà davvero servire: “non come squarcio o lacerazione di cui porto i segni”, ma come esperienza che ha contribuito a formare una persona più consapevole e autentica.

Se ciò che hai letto risuona con la tua esperienza, contattami per un colloquio in cui potremo approfondire insieme.

Dott.ssa Francesca Minni- Psicologa Psicoterapeuta- Bastia Umbra(PG)

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